Arte & Cultura

Presepi in Sicilia

In Sicilia l’arte presepiale, pur risentendo degli influssi della scuola napoletana, si differenzia per l’incredibile varietà di stili e materiali impiegati. Nella mappa dei centri siciliani produttori di presepi Palermo, Messina, Trapani, Siracusa, Caltagirone, Acireale, Noto, Ragusa sono le città più note per i maestri che vi hanno operato.

 

 

 

 

La diffusione del presepio in Sicilia si può datare a partire dal secolo XV, periodo in cui era costume rappresentare la nascita di Gesù con statuine tridimensionali mobili. Il Laurana e i Gagini, furono gli interpreti più importanti della scultura presepiale siciliana del periodo.

La tradizione dei Presepi, tramandata da secoli, è particolarmente viva e diffusa nella provincia di Trapani, un momento di intensa partecipazione popolare, di profonda fede e di fervida espressione artistica. Nei palazzi nobiliari e nelle case, nei musei e nelle chiese, intere comunità si cimentano nella ricostruzione degli ambienti, nella ricerca e nella cura di ogni dettaglio, degli elementi che comporranno la scena finale.

 

 

 

 

Quando si cominciarono ad usare materiali preziosi come l’oro, l’argento, la madreperla, l’avorio e il corallo, l’evoluzione del presepe in soprammobile in stile raggiunse il suo culmine.
Chiusa dentro bacheche di vetro, la piccola composizione della Natività posata su antichi cassettoni o davanti a raffinate specchiere, rimaneva stabilmente esposta per essere a lungo ammirata. Mentre a Napoli si introducevano i manichini lignei rivestiti con le più ricche e sfarzose stoffe degli abiti della moda del tempo, in Sicilia la ricchezza e la ricercatezza nei gusti e nello stile erano date soprattutto dalla lavorazione a bulino delle pietre più pregiate, con le quali erano eseguite le piccole e splendide Sacre Famiglie, oggi in gran parte conservate presso il Museo Pepoli di Trapani.

Il più importante centro di produzione di questo tipo di Natività è la zona del trapanese.

Argentieri e corallari diedero vita a un capitolo tutto nuovo e tutto siciliano della storia del presepe, attraverso la manifattura di piccoli gruppi scultorei raffiguranti la Natività inserita fra i ruderi di un edificio classico o nel folto di una rigogliosa vegetazione.

 

 

 

 

La sapiente commistione cromatica dei diversi materiali preziosi:il bianco intenso dell’avorio, il rame dorato, il rosso vivo del corallo, i contrastanti riflessi delle lamine d’argento sbalzate e delle gemme e degli smalti applicati, ha contribuito a fare, di queste minute ed elaborate composizioni, singolari opere d’arte la cui fama ha percorso tutta l’Europa.

 

 

 

 

Fra gli autori di questi presepi si ricorda il maestro Giuseppe Tipa che con i figli Andrea e Alberto fu titolare di una prestigiosa bottega attiva a Trapani almeno fino alla fine del XVIII secolo.

Alla stessa città di Trapani e al nome di Giovanni Matera si legano le fortune di un’altra fondamentale pagina nella storia della cultura figurativa siciliana: l’arte della scultura modellata secondo le tecniche della “tela e colla”. In legno di tiglio erano costruiti la testa e lo scheletro delle figure, su cui erano organicamente sovrapposte e morbidamente drappeggiate tele imbevute di colla e gesso a simulare i costumi dei personaggi.

 

 

 

 

 

 

Come eravamo,

incontrare la nostra memoria

la cosa è sorprendente,

poco è cambiato,

i discorsi, i problemi, le lamentele, le promesse di allora sono anche quelli di oggi.

come eravamo diventa come siamo!

 

 

 

 

 

 

 

Se pensiamo alla cultura ed arte siciliana ci vengono subito in mente i grandiosi templi greci a Selinunte, Segesta ed Agrigento ed ai teatri greci di Taormina e Siracusa. Grazie alla sua posizione geografica, la Sicilia ha sempre avuto un ruolo di mediazione tra Oriente ed Occidente, il che si riflette anche nell’arte siciliana. Monumenti fenici, arabi e bizantini, scavi ed opere d’arte si trovano qui accanto a mosaici e ville romane, castelli e cattedrali normanne ed intere città barocche.

La Sicilia non manca proprio di edifici storici, risalenti alle diverse epoche. Le prime tracce di culture umane provengono dal sesto millennio a.C., ed i Fenici e Siculi indigeni lasciarono in parte delle gigantesche necropoli, compresa la famosa necropoli di Pantalica. Poi furono soprattutto i Greci ad influenzare fondamentalmente l’architettura siciliana. Nelle città greche di Naxos, Taormina, Siracusa, Selinunte, Agrigento ed in molte altre sorsero dei grandi templi, molti dei quali oggi sono ancora conservati meglio rispetto a quelli della Grecia. Sculture, monete e famosi filosofi e matematici come Archimede vennero con i Greci in Sicilia.

Dei Romani, invece, sono rimasti ancora numerosi anfiteatri, le terme e le ville con alcuni mosaici unici come per esempio quelli nella Villa del Casale a Piazza Armerina. L’arte dei mosaici, risalente all’Impero bizantino, giocò anche nel tardo periodo normanno ancora un ruolo importante, come si può capire dai mosaici impressionanti di Palermo e Cefalù. Sotto i Normanni e poi gli Spagnoli sorsero anche molte delle cattedrali gotiche nelle città più grandi. Mentre gli elementi rinascimentali si trovano solo occasionalmente, molte città siciliane risplendono ancora nel tipico stile barocco. Dopo il devastante terremoto del 1693, intere città furono progettate a tavolino e ricostruite completamente in stile barocco. Tra le più belle troveremo Noto, Acireale, Avola, Grammichele e Pachino.

La Sicilia affascinò numerosi artisti, ma riuscì a dare vita solo a pochissimi maestri di fama mondiale: Antonello da Messina (1430 – 1479) e Renato Guttuso (1912 – 1987). Antonello è ancora oggi considerato quel pittore che trasmise ai maestri veneziani l’arte della pittura a base di resina e le sue rappresentazioni dell’annunciazione possono ancora essere ammirate a Messina, Palermo, Siracusa e pure in Germania ed in Austria. Renato Guttuso, invece, fu un artista politicamente impegnato del XX secolo che si dedicò al realismo politico.

Anche se pochi pittori nacquero in Sicilia, l’isola fu comunque patria di alcuni dei più celebri scrittori del mondo: Giovanni Verga (1840 – 1922), Luigi Pirandello (1867 – 1936), Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896 – 1957) e Leonardo Sciascia (1921 – 1989) sono solo alcuni dei più famosi tra i tanti autori siciliano di talento.

Il dialetto siciliano oggi è ancora molto parlato non solo nelle classi meno abbienti o nei borghi dell’interno, come avviene generalmente altrove, ma più o meno da tutti, soprattutto in famiglia. Si tratta di un idioma considerevolmente differente dalla lingua italiana, e la ragione di questa differenza va ricercata nelle tante e successive dominazioni che hanno interessato la regione nel corso della sua storia: le influenze sulla lingua si rilevano nei molti termini di derivazione latina, greca (babbiari, scherzare), araba (balata, pietra), francesi (accattari, comprare), catalane (anciova, acciuga) e non solo. Si tratta di un idioma colorito e con mille sfaccettature, che cambiano nel giro di pochi chilometri di distanza. I siciliani amano molto il loro dialetto, ed è sperimentabile da chiunque non sia siciliano, ma a volte anche dai nativi, la difficoltà di comprensione dell’idioma, in particolar modo quello parlato nei quartieri più popolari o nelle zone più rurali, notoriamente più “stretto”.

La Chiesa del S.S. Ecce Homo in Alcamo

Fu edificata, nelle strutture attuali, sul luogo stesso di altra precedente cappella, detta del Crocifissello e addossata alle mura occidentali della città, nel 1750. All’esterno, semplice il portale, sovrastato da nicchia, con formella marmorea dell’Ecce Homo, in rilievo.
All’interno navata unica circolare, con pregevoli stucchi settecenteschi, da alcuni anni è adibita ad auditorium e a sede di convegni culturali.

 

 

 

CARLO CATALDO, GUIDA STORICO – ARTISTICA DEI BENI CULTURALI DI ALCAMO -CALATAFIMI – CASTELLAMMARE GOLFO.

Riconosce questa chiesa la sua origine vicino la Piazza del Mercato, in quel medesimo luogo ove prima esisteva la chiesa del Crocifisso, prima detta del Crocifissello, nel 1753. I congregati del SS. Ecce Homo prima di dare cominciamento alle fabbriche, chiesero al Vescovo di Mazara di poter ingrandire la chiesetta del Crocifisso. Quindi si diede mano alla nuova struttura… fu condotta alla sua perfezione il 1 giugno 1754. “Permettendo (come rileva il De Blasi) li Spett. Giurati poterla appoggiare alle muraglia di questa città da parte di occidente e tramontana, ed anche demolire e fare apertura a dette mura”.

 

 

Cielo d’Alcamo

Cielo d’Alcamo scrisse Rosa fresca aulentissima, sua unica opera pervenuta, in volgare a base siciliana ma con vistose influenze continentali, a cominciare dal titolo Rosa fresca aulentissima. Il testo è un vero esempio di mimo giullaresco, destinato alla rappresentazione scenica.
Cielo fu attivo nella metà del XIII secolo. Si afferma che Ciullo (presunto diminutivo di Vincenzullo o richiamo volgare e grottesco tipico nei nomi giullareschi) sia una deformazione accolta dalla critica ottocentesca, e da essa passata a numerosi testi stranieri. Per altri il nome deriverebbe da Cheli (diminutivo di Michele, nome molto diffuso in Sicilia), da cui sarebbe poi derivato Celi e in seguito, in Toscana, Cielo. La teoria più accreditata è che Cielo sia la versione italiana di Chelo, diminutivo spagnolo per il nome “Marcelo”. Incerto anche il secondo nome, d’Alcamo (da Alcamo cittadina siciliana), Dal Camo, Dalcamo. Dall’analisi del testo si può comunque dedurre che l’autore fosse siciliano e non affatto sprovvisto di cultura.